Giovanni Falcone, il magistrato siciliano che cambiò per sempre la lotta alla mafia
Nato a Palermo nel 1939, costruì insieme al pool antimafia un nuovo metodo per colpire Cosa Nostra seguendone affari, denaro e struttura. Il Maxiprocesso fu il risultato più clamoroso. Il 23 maggio 1992 la mafia lo uccise nella strage di Capaci, ma il suo lavoro continua ancora oggi
Ci sono uomini la cui storia finisce per identificarsi con quella di un intero Paese. Giovanni Falcone è uno di questi.
Nato a Palermo il 18 maggio 1939, è diventato uno dei simboli più importanti della lotta contro Cosa Nostra e uno dei magistrati italiani più conosciuti nel mondo.
La sua vita venne interrotta il 23 maggio 1992, quando la mafia fece esplodere una quantità enorme di esplosivo sotto l’autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci.
Falcone morì insieme alla moglie, la magistrata Francesca Morvillo, e agli agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.
Aveva 53 anni.
Giovanni Falcone nasce nel cuore di Palermo
Falcone nacque nel quartiere della Kalsa, nel centro storico di Palermo.
È un particolare importante perché in quelle stesse strade crebbero alcuni uomini che, molti anni dopo, avrebbe incontrato dall’altra parte della sua battaglia contro la mafia.
Alla Kalsa trascorse l’infanzia anche Paolo Borsellino, nato pochi mesi dopo di lui.
Dopo gli studi Falcone si laureò in Giurisprudenza all’Università di Palermo nel 1961 ed entrò in magistratura nel 1964. Le prime esperienze professionali lo portarono a Lentini e successivamente a Trapani.
Fu però il ritorno a Palermo a cambiare definitivamente la sua vita.
Il metodo Falcone: seguire i soldi
Alla fine degli anni Settanta Falcone arrivò all’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, diretto da Rocco Chinnici.
Cominciò a occuparsi di importanti indagini sulla criminalità organizzata e intuì che per comprendere realmente Cosa Nostra bisognava ricostruire non soltanto gli omicidi, ma anche i movimenti finanziari e gli interessi economici che si nascondevano dietro l’organizzazione.
Conti correnti, società, trasferimenti di denaro e rapporti internazionali potevano diventare tracce.
Quel metodo contribuì a cambiare profondamente le indagini sulla mafia.
Falcone comprese inoltre che Cosa Nostra non poteva essere affrontata come una semplice somma di singoli criminali o famiglie indipendenti: bisognava ricostruirne struttura, regole, gerarchie e collegamenti.
Nasce il pool antimafia
Dopo l’assassinio di Rocco Chinnici, ucciso il 29 luglio 1983, la guida dell’Ufficio istruzione passò ad Antonino Caponnetto.
Fu sotto la sua direzione che prese forma il celebre pool antimafia.
Ne fecero parte Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta.
L’idea era rivoluzionaria nella sua semplicità: i magistrati condividevano informazioni e conoscenze sulle indagini, evitando che tutto il patrimonio investigativo fosse concentrato nelle mani di una sola persona.
Falcone e Borsellino diventarono i volti più conosciuti di quella stagione.
Tommaso Buscetta rompe il silenzio
Una svolta fondamentale arrivò nel 1984.
Il mafioso Tommaso Buscetta, arrestato in Brasile ed estradato in Italia, decise di collaborare con la giustizia.
Falcone condusse personalmente una parte fondamentale degli interrogatori.
Buscetta permise ai magistrati di comprendere dall’interno l’organizzazione di Cosa Nostra, descrivendone famiglie, mandamenti, regole e organismi di vertice.
Le sue dichiarazioni non vennero però semplicemente accettate.
Il metodo di Falcone prevedeva la ricerca sistematica di riscontri, confrontando le parole dei collaboratori con documenti, indagini, fatti e altre prove.
Era un principio destinato a diventare fondamentale nelle successive investigazioni antimafia.
Il Maxiprocesso di Palermo
Il lavoro del pool confluì nella più grande offensiva giudiziaria mai realizzata fino ad allora contro Cosa Nostra.
Il Maxiprocesso di Palermo iniziò il 10 febbraio 1986 nell’aula bunker costruita accanto al carcere dell’Ucciardone.
Alla sbarra finirono centinaia di imputati.
Il processo dimostrò sul piano giudiziario l’esistenza di una struttura unitaria di Cosa Nostra e si concluse in primo grado nel dicembre 1987 con centinaia di condanne e numerosi ergastoli.
Il passaggio decisivo arrivò nel gennaio 1992, quando la Corte di Cassazione confermò gran parte dell’impianto accusatorio e numerose condanne definitive.
Per Cosa Nostra fu una sconfitta senza precedenti.
L’attentato dell’Addaura
Falcone sapeva di essere un obiettivo.
Il 21 giugno 1989, nei pressi della villa che aveva affittato all’Addaura, sul lungomare di Palermo, venne scoperta una borsa contenente esplosivo.
L’attentato non venne portato a compimento.
Falcone continuò comunque a lavorare.
La sua figura, intanto, diventava sempre più esposta non soltanto agli attacchi mafiosi, ma anche a polemiche e contrasti all’interno delle istituzioni e della stessa magistratura.
Da Palermo a Roma
Nel 1991 Falcone accettò di lavorare al Ministero della Giustizia, dove assunse la direzione generale degli Affari penali.
Anche da Roma continuò a lavorare alla costruzione di strumenti più efficaci contro la criminalità organizzata.
Tra le idee alle quali contribuì vi fu quella di coordinare maggiormente le procure impegnate nelle indagini antimafia, superando la frammentazione territoriale che aveva spesso favorito Cosa Nostra.
Da questa impostazione nacquero strumenti destinati a diventare fondamentali nel sistema antimafia italiano, tra cui la Direzione Nazionale Antimafia e le Direzioni Distrettuali Antimafia.
23 maggio 1992: la strage di Capaci
È il pomeriggio di sabato 23 maggio 1992.
Falcone arriva in aereo da Roma all’aeroporto di Punta Raisi e parte in automobile verso Palermo.
Alle 17.58, nei pressi di Capaci, una violentissima esplosione squarcia l’autostrada.
Cosa Nostra aveva collocato l’esplosivo in un cunicolo sotto la carreggiata.
L’auto della scorta sulla quale viaggiavano Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo viene investita in pieno.
Anche l’automobile guidata dallo stesso Falcone viene travolta.
Giovanni Falcone e Francesca Morvillo vengono trasportati in ospedale, ma le ferite sono troppo gravi.
Nella strage muoiono cinque persone e numerosi altri componenti del corteo rimangono feriti.
Cinquantasette giorni dopo viene ucciso Borsellino
La morte di Falcone sconvolse l’Italia.
Ma Cosa Nostra non aveva terminato la propria offensiva.
Appena 57 giorni dopo, il 19 luglio 1992, un’autobomba esplose in via D’Amelio a Palermo.
Vennero assassinati Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
In meno di due mesi la Sicilia perse i due magistrati diventati il simbolo della lotta a Cosa Nostra.
L’Albero Falcone
Davanti alla casa palermitana nella quale viveva Giovanni Falcone, in via Notarbartolo 23, c’è un grande ficus.
Dopo la strage le persone cominciarono spontaneamente a lasciare sull’albero fotografie, lettere, messaggi e disegni.
Da allora è conosciuto come Albero Falcone.
Ancora oggi rappresenta uno dei luoghi simbolici della memoria antimafia a Palermo.
Ogni 23 maggio migliaia di persone ricordano Falcone, Morvillo e gli uomini della scorta e, insieme a loro, tutte le vittime della mafia.
«Gli uomini passano, le idee restano»
Una delle frasi maggiormente associate alla figura di Falcone esprime forse meglio di qualsiasi altra il significato della sua eredità:
«Gli uomini passano, le idee restano e continuano a camminare sulle gambe di altri uomini».
A distanza di oltre trent’anni dalla strage di Capaci, Giovanni Falcone non è ricordato soltanto come una vittima della mafia.
Il suo contributo più importante è stato dimostrare che Cosa Nostra poteva essere compresa, processata e sconfitta attraverso gli strumenti dello Stato.
Metodi investigativi, coordinamento delle procure, collaborazione internazionale, analisi dei patrimoni e utilizzo rigoroso delle dichiarazioni dei collaboratori sono diventati parte dell’eredità lasciata dal suo lavoro.
Falcone aveva trascorso buona parte della propria vita professionale studiando la mafia.
Cosa Nostra riuscì a ucciderlo il 23 maggio 1992.
Ma non riuscì a cancellare il metodo che aveva costruito.
Ed è forse questa la più grande sconfitta che Giovanni Falcone abbia inflitto alla mafia.
